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IL GIORNO CHE ANDAI OLTRE



Racconti di Ettore Bassoli, Bruno Bertetto, Germana Bertinetti, Juri Di Molfetta, Raffaele Fiorentino, Giuseppe Pollastrini, Vito Sciacca


“…a questi due personaggi non sbocciò l'idea come fecero Renzo e Lucia di giurarsi eterno amore, ma bensì di fondare una specie di orfanotrofio…”

“…ognuno viene da storie molto particolari; io vengo da una storia molto particolare…”


“…la sola certezza che ho è: un giorno sono nato e come conseguenza un giorno morirò; tutto il resto è relativo…”


“…inizia un altro incubo, da questo purtroppo non ci si può svegliare, bisogna accettarlo e conviverci e uscirne piano piano…”


“…Marcelle: riccio, conchiglia, granello di sabbia... Decisa a recitare una nuova parte di sé...”

“…e ora un po' di sole e aria fresca che mettano la parola fine alla notte più calda dell'anno…”


“…una sola domanda, quella fondamentale, alla quale non saprei dare risposta. Non una risposta conforme, comunque. Prima di questo corso, sarei stato capace di scrivere queste righe? Nello stesso modo?”

E' da pochi giorni uscito questo volume (96 pagg.), prodotto a cura della cooperativa sociale Parella con il contributo della Circoscrizione 3 e stampato presso la tipografia della cooperativa sociale Marca. Per informazioni: cooperativa sociale Parella, via Bellardi 76.

Tel. 011.799.12.65
Mail: parella@parella.org


Vi proponiamo alcune parti
dell'introduzione di Juri Di Molfetta

L'operatore di un dormitorio principalmente ascolta storie, quelle che gli ospiti raccontano. Storie sul loro passato, sul loro presente e sul futuro che qualcuno, malgrado gli innumerevoli fallimenti, riesce ancora a immaginare. E le storie, spesso, curano. Raccontare, raccontarsi, in qualsiasi forma o modo lo si faccia, aiuta a rimettere insieme i pezzi di un puzzle, a riconquistare la propria identità e la propria realtà attuale.
“Sto scrivendo un romanzo”. “Ho un libro nel cassetto che quando esco da qui…”. “Ho scritto tutto”. “La mia vita? Ce ne potresti scrivere due di romanzi”.
Quando iniziai a lavorare in via Marsigli scoprii questo: tantissimi, almeno a parole, stavano scrivendo la loro biografia o avevano in progetto di farlo.
Spesso, in realtà, nel cassetto il libro non c'era, e quando c'era qualcosa era poco più di una serie di appunti, abbastanza sconclusionati. Ma non è questo il punto. La cosa che mi colpì fu l'associazione tra uno stato di disagio e la necessità di raccontarlo, di metterlo fuori da se e finalmente prenderne le distanze.
E' a partire da queste esperienze e da queste considerazioni che il progetto “Scrittura Senza Dimora” è nato: un corso, o forse è meglio dire un laboratorio, dove acquisire gli strumenti per far sì che le storie passino dalla testa alla carta, che gli appunti trovino un ordine, che crescano in quantità, che si riempiano di significato. Un luogo dove provare a ricomporre qualcosa che si è dolorosamente rotto, ma anche un luogo dove venire in contatto con le storie degli altri, di persone che vivono nella cosiddetta “normalità”, a cui il laboratorio era aperto, e con quelle di un operatore, che poi sarei io, obbligato per due ore alla settimana a cambiarsi d'abito, entrare nella stanza e sedersi tra gli altri essendo solo uno che è lì per raccontare. E scrivere.
Poi, come spesso avviene, un conto è immaginare e progettare, un altro è realizzare.
È che tu immagini un certo tipo di cose, un certo tipo di percorso. Cerchi di prevedere, indirizzare. Ma quando un progetto prende vita spesso non ci sta a funzionare così come vorresti. Come per i figli: lo pensavi avvocato, te lo ritrovi ballerino.
Il corso si è tenuto all'interno del dormitorio di via Marsigli durante l'estate 2006, e si è scritto: tanto e di tutto. Era nato con l'obiettivo di aprire le porte all'applicazione del metodo biografico nel nostro intervento educativo e di accompagnamento, ci siamo gradualmente accorti che avevamo in mano una possibilità almeno altrettanto significativa: promuovere il benessere e il recupero della “normalità” sostenendone una delle componenti essenziali: la libertà e la capacità di esprimersi, e di farlo non perché si è parte di una certa categoria svantaggiata, ma perché si è una persona, e le persone, spesso, scrivono, inventano e raccontano storie. Ecco perché biografia, in senso stretto (perché poi anche se scrivi fantascienza in realtà ci metti dentro un sacco di cose tue, della tua vita, solo che non puoi chiamarla una biografia. Non tutti capirebbero.), se ne è fatta poca. Si è riusciti a lavorare molto, e credo anche bene, sulla motivazione, sul piacere legato allo scrivere, al raccontare, all'inventare storie.
Quello che mi ha colpito è stata la capacità di ridere, di mettersi in gioco giocando con le storie più strampalate. C'è stato Vito, che dispensava ironia e cinismo con rapide stilettate, Giuseppe, che farlo parlare è stata impresa ardua almeno quanto il farlo smettere di scrivere, Salvatore, che era lì solo per ascoltare ma che quando c'era era un casino farlo stare zitto, Raffaele, che parla poco ma mai per caso, Ettore, che con le parole e i pensieri vola così in alto che ogni tanto diventa difficile tirarlo giù, Germana, che è arrivata da fuori in punta di piedi e come sempre accade con le donne tutto a un tratto la stanza era più colorata e confortevole di prima, Bruno, che è passato giusto il tempo di regalarci un racconto, altri che sono passati e basta, e poi io, per venti ore sull'orlo della schizofrenia, un po' operatore, un po' aspirante scrittore.
E infine Agrippino Musso, conduttore di gruppi di scrittura emozionale-creativa, impegnato a tenere le fila di questi autori in cerca di personaggi, impagabile, e che infatti è stato in gran parte pagato grazie al contributo della Circoscrizione 3 della Città di Torino, che ha reso possibile il progetto e che ringraziamo.
I racconti pubblicati in questo libro sono frutto del lavoro di queste persone, e come tali vi invito a leggerli. Il dormitorio, la strada, la sofferenza di chi vive in una situazione in cui di garantito e sicuro c'è ben poco, sono presenti e spesso vengono fuori. Non potrebbe essere altrimenti. Solo non abbiamo voluto farne l'oggetto centrale del nostro scrivere. In fondo così tanta gente ha scritto storie di “barboni” senza esserlo, che se ogni tanto da un dormitorio escono storie che parlano anche d'altro, non dovrebbe esserci niente di strano.





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