L'emarginazione, purtroppo, è una compagna inseparabile dell'essere umano; nasce con lo svilupparsi della socializzazione, da quando in altre, parole i nostri lontani progenitori hanno avvertito la necessità fisiologica di raggrupparsi in sodalizi sempre più compositi, in cui i compiti erano divenuti più differenziati e specifici, ed ognuno possedeva un suo ruolo definito e finalizzato al contesto complessivo.
Adattamento biologico, capacità d'integrazione sociale, queste sono alcune tra le tante enfatiche definizioni coniate dagli specialisti per tentare di stigmatizzare la incapacità di qualcuno di inserirsi nel contesto sociale. L'alternativa a queste reiterate frasi era inevitabilmente il progressivo distacco dal contesto, l'isolamento e, inevitabilmente , l'emarginazione, intesa nel suo più ampio significato. La sociologia moderna ha persino tentato di quantificare l'integrità e la forza di una democrazia utilizzando come parametro fondamentale la capacità di impedire la formazione di sacche avulse dalla struttura sociale primaria, quella che, in altre parole, camminando in sincronia, detta i tempi ed i modi del vivere quotidiano.
E' una teoria, nient'altro che una delle tante teorie che si sono sviluppate per approfondire le tematiche inerenti alle masse, al tessuto sociale, alle dinamiche interne ad una società sempre più specialistica, e quindi maggiormente propensa a perdere per strada troppi dei suoi componenti. A suffragio di questa tesi si deve ammettere che le democrazie più longeve hanno un coefficiente di disadattamento molto inferiore alle giovani democrazie che si sono sviluppate negli ultimi due secoli.
Prima di iniziare a portare esempi più concreti ed individuali bisogna però rilevare che l'emarginazione è una condizione estremamente soggettiva, vissuta da ciascuno in modo personale ed esclusivo, senza possibilità di universalizzare concetti che sono e resteranno sempre personali.
Ciascuno di noi, almeno una volta, si è recato al Parco del Valentino, una delle oasi verdi di Torino, e conosciuto come uno dei più belli ed estesi di tutta l'Europa. E' uno dei tipici esempi di come un paesaggio, un luogo possa offrire diverse alternative sociali, anche fortemente in antitesi tra di loro. Il Valentino è entrato nel folklore torinese per le passeggiate pomeridiane delle tranquille famiglie cittadine, come luogo d'incontro privilegiato tra le sartine e gli studenti, ove sbocciavano amori intensi ed effimeri, metafore di una gioventù che trascorre velocemente conducendo ad una vita più adulta e responsabilizzata. Esiste, però, un altro aspetto che si preferisce ignorare di questo luogo così caro all'immaginario torinese. Il Parco è ricettacolo anche di una vasta popolazione di indigenti, disadattati, di individui che con le tranquille passeggiate proprio non hanno nulla in comune.
Il sottobosco dello spaccio clandestino di sostanze stupefacenti ha qui uno dei suoi avamposti privilegiati, ove il territorio ed i clienti si conquistano con la prevaricazione e la violenza. In qualsiasi ora della giornata, specie nel periodo estivo, si notano contrattazioni e uso di sostanze, la cui testimonianza è comprovabile nelle varie siringhe e lacci emostatici che pullulano il mattino sino al passaggio della nettezza urbana. Esseri umani ridotti ad ectoplasmi, privi ormai di qualsiasi volontà e resistenza, crollano nel verde dei prati ed in questo stato trascorrono intere giornate sino al nuovo arrivo degli spacciatori, ripetendo un ciclo che ha il sapore macabro della morte, non soltanto fisica.
Una soleggiata mattina dell'estate scorsa mi ha riservato una piacevole sorpresa, distaccandomi completamente dalla lettura che avevo intrapreso. Una signora si avvicinava a me volteggiando, muovendosi in modo leggero, quasi i suoi movimenti non risentissero della forza di gravità. Incuriosito continuai a guardarla, mentre si adagiava sulla panchina ove sedevo con tutta l'intenzione di iniziare una conversazione. Dichiara di avere quarant'anni, anche se ne dimostra sicuramente almeno una ventina in più. “ Mi chiamo Franca ( il nome è di fantasia, ovviamente, come tutti quelli che seguiranno), ed oggi sono particolarmente felice, anche se non so esattamente il perché”. “ Quand'ero piccola continua - mia madre, mi ha fatto studiare danza classica per molti anni, poi ho dovuto smettere per un incidente, ma la passione per il ballo non mi ha mai abbandonato, e talvolta anche adesso mi piace andare a ballare. E' l'unico divertimento che mi posso permettere”. Il suo eloquio è fluido e corretto, retaggio di un'educazione e di una cultura che si è solo offuscata nel tempo. C'è una strana discordanza tra il suo modo di vestire trasandato, dimesso, maleodorante con quella sua vocina flebile ed aggraziata che la fanno apparire anche attraente. Il suo desiderio di comunicare, di esternare le proprie emozioni la trasformano in un fiume in piena che ha rotto gli argini, ed a me non resta che ascoltarla, anche con un certo interesse. “ Io abito qui ed ho tanti amici che posso tranquillamente ospitare, dal momento che di spazio ne ho tanto a disposizione”. Intuivo che sicuramente era stata protagonista di una vita di sofferenze, ma ho preferito non approfondire ulteriormente la sua privacy con domande che avrebbero potuto alterare il suo stato di serenità apparente.

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