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Estraneità alla realtà? Capacità d'adattamento ogni oltre limite? Indifferenza? Ognuno può dare la versione che ritiene più opportuna; certo è uno dei tanti modi per gestire la propria emarginazione. Emarginazione uguale a disperazione? Questa volta l'equazione pare non avere alcuna soluzione.
Per non allontanarsi troppo dal tema del dualismo abitativo offerto da alcuni luoghi, osserviamo quello che succede proprio quotidianamente sotto i nostri occhi, nel centro di Torino, in Piazza Castello, Via Roma, Via Po, dove sono contemporaneamente presenti i due volti estremi della sperequazione sociale, il lusso estremo e l'indigenza più totale. Dalle persone che vivono nella miseria e nella speranza dell'altrui solidarietà, questi sono considerati luoghi privilegiati, che vanno difesi a tutti i costi. Per mantenere le proprie “residenze” talvolta s'innescano delle vere e proprie guerre, combattute con violenza e sopraffazione. Sono considerate le lotte dei poveri, ma non c'è nulla di riduttivo in questo, al contrario assumono dei toni estremi, a volte epici, proprio perché sono l'estrema difesa di uno spazio vitale, della stessa esistenza che quotidianamente sta sempre più sfuggendo. Ecco perché, forse, quando percorriamo queste strade, sembra di vedere sempre gli stessi volti, le stesse espressioni, persone che ormai sono identificate dai cartelli che tengono sempre in vista, stanchi ormai di profferire parole che si perdono nel vento. Sandra, ex studentessa che, per poter mantenere la sua dipendenza alla cocaina, si era anche prostituita, mi confida che i gradini del Teatro Regio sono i più ambiti, perchè trasmettono un piacevole senso di sicurezza e perché odorano di cultura, anche per chi ha dimenticato il significato di questa parola. Sandra è una delle poche persone che hanno accettato quantomeno di scambiare qualche parola, poiché gli altri sono immersi quasi in uno stato catatonico, che impedisce di parlare se non per chiedere solo ed esclusivamente denaro.
Diverso, ma altrettanto arduo, è stabilire una comunicazione con le persone vittime della tossicodipendenza, uno degli aspetti più crudeli e drammatici dell'emarginazione, che, in questo caso, raggiunge vette parossistiche, i cui effetti si fanno sentire ben oltre l'interessato. Intere famiglie sono coinvolte in queste tragedie, e la speranza di uscirne è davvero remota e chimerica. La tossicodipendenza è forse il male più diffuso nella società contemporanea, un cancro inestirpabile, le cui metastasi hanno una velocità di riproduzione superiore alle difese che si possono instaurare. Ha l'aspetto di una battaglia persa in partenza, in parte perché i metodi adottati sono limitati ed inadatti, in parte perché il commercio di tali sostanze reca dei guadagni smisurati. Organizzazioni criminali, potenti lobby, addirittura intere nazioni traggono la loro maggiore fonte di guadagno dalla produzione e dalla vendita di sostanze stupefacenti.
Ho avuto modo di ascoltare alcuni dialoghi tra queste persone sventurate, e devo sinceramente ammettere che quello che mi ha impressionato maggiormente è proprio il desiderio di uscire da questo tunnel buio e pieno di disperazione, di intraprendere altre strade. Inevitabilmente, tuttavia, i loro voli pindarici nella fantasia dell'immaginazione non trovano riscontro nella realtà oggettiva, ed il problema contingente più impellente non è una programmazione esistenziale, bensì la sopravvivenza nel quotidiano, patteggiando ancora una volta con se stessi. E' una spirale che spesso conduce ad un'unica, inevitabile, tragica conclusione.
Luca era il più giovane di sei figli di una famiglia d'emigrati calabresi, giunti a Torino in cerca di un lavoro, ricchi solo di speranze e di buona volontà. Timido ed introverso, a tutte le difficoltà che comportava un tale cambiamento in un bambino alle soglie dell'adolescenza, si aggiungeva anche la difficoltà di comunicazione con gli altri. Luca parlava e comprendeva esclusivamente il suo dialetto. Quotidianamente oggetto di derisione e sbeffeggiamenti da parte dei suoi coetanei, decise di lasciare gli studi e di introdursi nel mondo lavorativo, convinto di trovare un ambiente più consono alle sue prerogative. Purtroppo la sua ipersensibilità e le sue fragiltà lo renderanno sempre incapace di gestire con continuità un'attività lavorativa, ed il suo distacco anche da questo contesto non si fece attendere. Solo, debole, senza qualcuno che lo guidasse fuori da quei meandri, divenne facile preda degli avventurieri che sguazzano in questa palude sommersa. Iniziò a fluttuare tra attività lecite ed illecite fino a scontrarsi con il mondo della giustizia, non immaginando a quante tragedie quest'incontro lo avrebbe condotto. Poi qualcosa sembrò cambiare positivamente anche nella sua vita. Conobbe una splendida ragazza, sua coetanea, s'innamorarono e decisero di provare a convivere, segno indiscutibile di una crescita e di un aumentato senso di responsabilità. La gestione comune di un bar sembrò la soluzione migliore, non solo per risolvere gli incipienti problemi economici, ma per cementare meglio la loro unione. Effettivamente Luca era cambiato; preciso, puntuale, attento al locale che gli dava sostentamento, aveva abbandonato tutte le vecchie e poco raccomandabili conoscenze, spendendo tutte le sue energie nel lavoro. Gli entusiasmi iniziali però ebbero breve seguito. La loro unione entrò in crisi e Clara, dopo vari tentennamenti, decise di sciogliere quel legame. Il vero motivo io non l'ho mai saputo. La delusione per lui fu troppo forte e non trovò la forza di reagire. Abbandonò quell'attività riprendendo a condurre un'esistenza ai margini della legalità, senza preoccuparsi troppo del suo futuro e di crearsi un'altra attività lavorativa. Il senso di vuoto che lo accompagnava ormai quotidianamente sembrava non poter essere colmato, neanche da nuove presenze femminili che si erano inserite nella sua vita. Alla fine la disperazione lo spinse a stringere un connubio mortale con la droga. Dal consumo allo spaccio il passo è breve ed irreversibile, e Luca, dopo un anno, si trovò in carcere con la pesante imputazione di “spaccio di sostanze stupefacenti”. La sentenza, tenendo presente anche i suoi precedenti, non fu per nulla mite. Tre anni di carcere, senza alcun beneficio e con gli obblighi medici legali da rispettare. Era solo l'inizio di un calvario che lo avrebbe condotto a vari periodi di permanenza in carcere. Dopo qualche anno Luca morì per overdose, e nessuno s'interessò più di tanto per sapere quale fosse stata la vera causa della morte.
In questo racconto sul tema dell'emarginazione mi sono soffermato esclusivamente ad analizzare alcuni aspetti, i più eclatanti a mio parere, di quell'immenso oceano che è il mondo dell'emarginazione. Ho voluto rilevare quanto esso sia estremamente vicino a noi, viva nella nostra stessa dimensione, respiri la nostra stessa aria, divida la nostra quotidianità; però, perna naturale forma di ritrosia, fingiamo di non vederla, di non accorgersi di nulla. E' l'umana difesa contro tutto ciò che intimorisce, che rappresenta per noi una paura ancestrale, atavica, connaturata nel nostro profondo.
Tentiamo di esorcizzarla, ma, come dimostrano questi esempi, riusciamo soltanto a fingere di non vederla.

Gualtiero Epinot


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