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“HO VISTO SUSANNE”

di: Mara Giacomelli

Nel mese di giugno sono entrata per la prima volta in un carcere, la casa Circondariale Lorusso e Cutugno, per assistere ad uno spettacolo teatrale realizzato dai detenuti della VI sezione del padiglione A. L'ingresso nel carcere è stato un momento particolare, emozionante, mi ha suscitato una forte sensazione di disagio. Dopo ripetuti controlli e perquisizioni mi trovo all'interno di una struttura in cui ogni qual volta ti si apre una porta un'altra ti viene chiusa alle spalle. Si percorrono corridoi tinteggiati di grigio scuro, asettici, privi di “vita” e si raggiunge il cortile, di dimensioni pari a quelle di un campo da pallacanestro, circondato da mura altissime. Anche qui, all'aperto, la sensazione è che circoli poca aria. Fila di sedie lungo i lati lunghi del cortile e una passatoia in mezzo. Un ring montato su uno dei lati corti, uno schermo su quello opposto. Gli spettatori sono circa 150 e siamo alla quinta ed ultima replica. Inizia lo spettacolo, gli attori sono estremamente comunicativi ed energici. In alcuni momenti sullo schermo vengono proiettati filmati che riprendono interviste agli attori durante il laboratorio per la realizzazione dello spettacolo e momenti di quotidianità della sezione. Con toni più o meno ironici, più o meno sarcastici, si affrontano alcuni temi della vita in carcere: la percezione del tempo, la gestione dello spazio, ciò che arriva da “fuori”, le dinamiche “dentro”, il binomio verità-menzogna, il tema della fiducia… Susanne è ”La terra promessa”, un bagliore nel buio, un sogno, qualcosa di mai visto, o visto solo per un attimo. Quello che gli attori rappresentano è un confronto sul timore di dover lottare e soffrire per raggiungere Susanne: se bisogna passare dal ring siamo disposti a mentire, a sostenere che Susanne l'abbiamo già conquistata o che possiamo tranquillamente farne a meno. E non si tratta tanto di mentire per vivere, ma di mentire per sopravvivere senza lottare, forse loro sono quelli che sono caduti nel difficile equilibrismo tra dover lottare e non volerlo fare.

 

La musica dal vivo contribuisce ad accrescere l'emozione e la commozione soprattutto nell'ultima scena, quando uno degli attori urla in direzione di una torretta di guardia, in quel momento illuminata da un fascio di luce, ad un musicista di suonare forte affinché tutti, là fuori, possano sentire…
Il regista, Claudio Montagna, conduce laboratori teatrali nella sezione da dodici anni e da due organizza e presiede incontri mensili tra i cittadini torinesi ed i detenuti, momenti durante i quali questi ultimi raccontano che cos'è il carcere e che cos'è per loro la vita.

 

Durante la presentazione dello spettacolo Montagna riferisce che nella sezione si è consolidata una cultura teatrale come se, a prescindere dalle persone, “il genio del teatro insediato tra i muri, avesse impregnato l'ambiente e catturasse ogni individuo appena arriva”. Durante gli incontri settimanali dedicati al laboratorio, i ricordi, i sogni, i progetti, non si raccontano a parole ma con azioni teatrali.

 

“Il teatro è diventato il nostro linguaggio, noi tutti, tra di noi, parliamo teatro”.

 

Nella Casa Circondariale è presente una vasta attività scolastica, c'è un polo Universitario, corsi di formazione professionale, laboratori artigianali, iniziative culturali e ricreative. Il laboratorio teatrale si inserisce in questo contesto come un momento di arricchimento culturale, ma anche come una possibilità di rilettura, condivisa e creativa, di sensazioni ed emozioni solitamente vissute in solitudine; ha aperto un dialogo vero con la città attraverso un linguaggio universale e coinvolgendola nella sfida di una possibilità di cambiamento.

 

Mara Giacomelli


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